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Il calcio non resta fuori dalla Shoah

   Dopo sessant’anni di oblio, solamente pochi anni fa è stata posta nello Stadio Dall'Ara di Bologna unWiesza targa in memoria di Arpad Wiesz, e solo da poco è stata resa nota la vicenda di quest’ uomo,  giocatore poco fortunato, ma allenatore di idee moderne che aveva vinto uno scudetto con l’Inter e 2 consecutivi col Bologna. Arpad Weisz, nato nel 1896 in una famiglia ebrea ungherese, interrotti gli studi in legge per lo scoppio della prima guerra mondiale, inizia a giocare a calcio nel suo paese arrivando anche in nazionale con la quale partecipa alle Olimpiadi del 1924 a Parigi. Arriva in Italia al Padova nel campionato del 24/25 e l’anno successivo è all’Ambrosiana (l’attuale Inter) dove, dopo un avvio brillante, un infortunio al ginocchio ne condiziona e blocca la carriera di calciatore. Dopo aver viaggiato per diversi mesi in Uruguay e Argentina, comincia la carriera di allenatore di Arpad Weisz, tecnico innovatore e sperimentatore, primo allenatore italiano ad applicare lo schema cosiddetto “WM” dalla disposizione dei giocatori.
   Con l’Ambrosiana, dove aveva lanciato il diciassettenne Meazza e lo studente della Bocconi Fulvio Bernardini, nel 1930 vince lo scudetto con Meazza autore di 32 goals. Ironia della sorte, lo stesso giocatore, successivamente, diventerà il balilla emblema di quel fascismo e idolo di quelle folle che ne decreteranno l’ingiustificabile tragica vicenda: era stato proprio Weisz, “il mago” secondo il “calcio illustrato”, ad allenare individualmente Meazza al muro affinché acquisisse la stessa padronanza dei due piedi. Approdato al Bologna di Dall’Ara, è il primo allenatore italiano ad avvalersi della collaborazione del preparatore atletico e a chiedere un ambulatorio medico sportivo al campo. In quella squadra c’è Schiavio, bomber dell’Italia di Pozzo e protagonista degli scudetti del Bologna. Crea così il Bologna più forte di tutti i tempi, capace di vincere due scudetti e il Trofeo dell’Esposizione a Parigi (trofeo antesignano dell’attuale Coppa Campioni), rifilando una lezione ai maestri inglesi del Chelsea battuti in finale per 4 a 1.
   Intanto in Europa la situazione politica si fa più cupa e i venti di guerra soffiano sempre più forti. L’isolamento internazionale e le sanzioni susseguenti l’avventura in Africa del 1935 avevano consegnato l’Italia tra le braccia aperte di Hitler e così, progressivamente, il germe dell’antisemitismo diffuso in Europa invade anche il nostro paese. Le tesi razziste provenienti dalla Germania trovano voce in Italia nella rivista “Difesa della razza”, difesa della razzaconfezionata, su richiesta di Mussolini, nell’agosto del 1938. Il primo numero della rivista, con un'immagine sul frontespizio dal significato estremamente esplicito, pubblica un documento firmato da dieci scienziati razzisti, noto come il “Manifesto della razza”, che ponendo l’accento su una presunta differenza fisica tra razza italiana (ariana) e la razza ebraica, supera di molto per assurdità il pur grave e colpevole pregiudizio religioso che diffondeva il giornale “Civiltà cattolica”. Il documento, sancito di fatto che gli italiani di religione ebraica non appartengono alla razza italiana, avrà un ruolo determinante nell’imminente promulgazione delle cosiddette leggi razziali, e influenzerà in modo subdolo le coscienze rendendo la maggior parte degli italiani irrazionalmente antisemiti. I giornali dell’epoca si adeguano al clima facendo da cassa di risonanza all’accusa che viene rivolta agli ebrei di occupare eccessivamente alcune categorie sociali senza risparmiare il calcio che in quel periodo presenta un campionato di serie A con 16 squadre di cui 2 allenate da allenatori Ebrei, il Bologna da Weisz e il Torino da Ernest Erbestein; troppi per l’assurdo concetto delle proporzioni che aliena le menti degli italiani, insopportabile sproporzione specchio dei quarantamila ebrei su un totale di quaranta milioni di Italiani. 
   La storia di Wiesz in Italia è segnata quando, il 6 ottobre del 38, il gran consiglio del fascismo approva la “dichiarazione della razza”. Un insieme di leggi, che decreta l’espulsione degli ebrei residenti in Italia dal 1919 e che, dopo la controfirma del re Vittorio Emanuele III, apre la caccia all’ebreo in quanto l’infamante art. 9 recita: “l’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunciata e annotata nei registri dello stato civile e della popolazione”.  Gli elenchi, purtroppo, saranno utilizzati per l’immediata azione discriminatoria e successivamente, dopo l’8 settembre del 43, per le deportazioni di massa. Tra gli ebrei d’Italia schedati c’è anche Arpad Weisz, tecnico all’apice del successo e stimato oltre confine, che non ha bisogno di essere denunciato in quanto troppo famoso: ha 6 mesi di tempo per lasciare l’Italia con moglie e figli. 
   Il Bologna costruito e preparato da Weisz vincerà il campionato del 38/39, ma per Weisz, la moglie ebrea Elena e i due figli Roberto e Clara, che pure avevano ricevuto battesimo cattolico, non c’è tattica o modulo che possa salvarli dalle vicende che si prospettano al loro orizzonte: a ottobre del 38, dopo 5 partite di campionato, viene dimissionato da allenatore e il 10 gennaio del 39 lascia l’Italia per portare al riparo la sua famiglia dalle leggi razziali. Da quel momento uno dei più grandi e vincenti tecnici della storia del calcio italiano e del Bologna, che aveva conquistato 3 scudetti e la prima coppa europea, osannato dalla stampa del tempo, viene completamente dimenticato, fino a quando il giornalista sportivo Matteo Marani non ci racconta in un appassionante libro documento, frutto di una complessa ed estenuante ricerca, la vicenda umana e calcistica di questo illustre personaggio dello sport più importante del nostro paese. “Dallo Scudetto Ad Auschwitz”, è il titolo del libro edito nel 2009 da Aliberti Editori, che purtroppo ci rivela il tragico epilogo di questa triste storia personale e familiare. Uscito dall’Italia, dopo aver soggiornato per un breve periodo a Parigi, si hanno testimonianze della presenza di Weisz in Olanda, dove allena con ottimi risultati la squadra di calcio della città di Dordrecht fino a quando la mattina del 2 agosto del 1942 la mano insanguinata del nazismo, ormai diffusa in tutta Europa, bussa alla sua porta… Poi il treno del non ritorno per una storia comune a milioni di altre storie drammatiche: all’alba del 5 ottobre del 1942, nelle docce di Birkenau, lo Zyklon B  riempe i polmoni di Elena Weisz e dei due suoi bambini Roberto e Clara; il 31 gennaio del 44 ad Auschwitz, minato nel fisico e nella dignità, muore l’allenatore dello “squadrone che tremare il mondo fa", ma che era ebreo.
 Salvin