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Evoluzione del concetto di salute - Parte prima: Malattia, salute e religiosità nell’antichità.

   Fin dall’antichità, i concetti di salute e malattia sono stati legati alle situazioni ambientali, sociali e alle conoscenze e pratiche mediche delle varie epoche storiche. La definizione attribuita oggi alla salute affonda le radici nello stretto rapporto, come del resto la cultura umana fin dalle sue origini, con l’esperienza religiosa dei tempi più remoti e, progressivamente, si è evoluta, arricchendosi di conquiste scientifico-culturali diventando sempre più strutturata con la realtà. 
   Nella cultura prescientifica gli uomini credono che tutti gli even
ti della natura sono dominati da forze soprannaturali e la malattia viene vista come punizione alle trasgressioni compiute, in modo anche non consapevole, da parte dell’uomo. Una colpa personale quindi, di cui per liberarsi e per ripristinare lo stato di salute è necessario riccorrere ai riti religiosi dello "sciamano" per placare l’ira della divinità che ha scatenato il maleficio. 
Anche oggi una parte non trascurabile della popolazione "si rivolge a figure di guaritori che fanno riferimento a saperi non scientifici e che utilizzano trattamenti privi di efficacia spesso anche pericolosi"; ciò permette di comprendere come queste dinamiche psicologiche e sociali basate sull'astratto siano "incorporate nella nostra storia evolutiva".

 Nelle civiltà mesopotamiche l’invenzione della scrittura, permette di sviluppare un sistema di categorizzazione (sistema nosologico) di questo intimo legame tra malattia e religione. Si trattava di uno studio descrittivo, caratterizzato dall’associazione tra i sintomi localizzati e i nomi degli dei responsabili di provocarli, che permetteva di pronosticare l’evoluzione della malattia e la sorte del paziente sulla base di segni divinatori, ma anche dell’esperienza dei dati ‘’catalogati’’.
   I babilonesi si riferiscono alle malattie in modo prevalente con i nomi degli dei e attribuivano ancora la causa principalmente alla meritata punizione divina, oppure ad un sortilegio di cui si era vittima. Nel caso dell’assenza   di queste due possibili cause, il ‘’medico’’ cerca di presagire     la     sorte     del     paziente, prendendo   in   considerazione   anche delle ipotesi basate sull’interazione tra l’uomo e l’ambiente circostante. 
Si cominciano ad intravedere le fondamenta della medicina ippocratica.
   La medicina egizia, contemporanea a quella mesopotamica, non considera la malattia come castigo, ma come qualcosa di connaturato all’essere umano, alle dinamiche della vita: il risultato di uno squilibrio tra l’esistenza fisica e spirituale. I medici egizi, si basano su credenze magico-rituali ma hanno anche competenze tecniche che li proiettano come evoluzione avanzata della figura dello sciamano; ogni medico si occupa di una sola patologia.

   Anche per gli ebrei la malattia era concepita come una sanzione divina dovuta ad un peccato, un sacrificio, una prova: era Dio che assegnava la malattia come   punizione   e   lui   era   la   sola speranza di guarigione. Il medico era lo strumento di dio ed erano bandite le pratiche magiche che provenivano dalle vicine culture mesopotamiche. La medicina tradizionale ebraica era comunque essenzialmente una medicina preventiva: i precetti di natura igienica, a cui un ebreo doveva attenersi, sono tuttora attuali.
   Con Ippocrate (470 – 370 a.C.) la salute e la malattia non vengono più considerate un fenomeno magico religioso, ma una circostanza insita nella persona stessa. La salute è una condizione di naturale equilibrio delle componenti del corpo e la malattia altro non è che l’alterazione di questa condizione naturale (oggi diremmo omeostasi), nella maggior parte dei casi per responsabilità dirette dell’uomo.Infatti, Ippocrate classifica le malattie in due categorie: quelle che derivano da una cattiva igiene della vita e da una alimentazione abbondante i cui residui nocivi accumulandosi nel corpo ne provocano la malattia (squilibrio tra l’assorbimento degli alimenti e il consumo di energie) e quelle che non si possono evitare perché piovono sull’uomo all’improvviso. Anche se Alcameone da Crotone (allievo di Pitagora) già nel VI-V secolo a.C. attribuisce la salute all’equilibrio degli elementi del corpo (democrazia) e la malattia al prevalere di un elemento sugli altri (monarchia), con Ippocrate si fa un bel salto in avanti; la sua medicina nega l’intervento divino, ha un approccio globale e svolge sia una funzione preventiva (igienica) sia curativa.

Il medico ippocratico non usa droghe o farmaci, conosce la malattia di un corpo e lo aiuta a guarire da sé con l’alimentazione e l’esercizio fisico, in quanto, al corpo è attribuita una forza naturale curatrice per cui si è sani o si torna ad esserlo per opera della natura. Insomma il medico della malattia non è più l’espiazione della colpa per ingraziarsi gli dei con il tramite dello stregone, ma la natura stessa che va assecondata.

Celebri aforismi attribuiti a Ippocrate:

 

 L’orientamento principalmente dietetico-ginnastico e le concezioni riguardo l’adeguato igiene alimentare (stili di vita corretti) proietta la medicina ippocratica in una visione ultra moderna.

   Roma importa la medicina greca e con questa anche diversi Medici. Il più famoso tra questi è sicuramente Galeno (II secolo d. C.), conoscitore profondo dell’anatomia e della chirurgia grazie all’esperienza maturata alla scuola medica di Alessandria e come medico dei gladiatori nella sua città Pergamo.
Galeno conserva molte delle teorie di Ippocrate come quella sull’equilibrio degli umori, ma si distingue anche per marcate differenze. Considera il corpo una macchina perfetta, formata da organi dalla cui armonica collaborazione dipende la funzionalità del sistema, ossia la salute e la malattia non affatto una punizione, ma il risultato di un mal funzionamento di un determinato organo dovuto a ccircostanze naturali del tutto umane. La sua medicina non si basa su una visione olistica del corpo, ma specifica degli organi malati: insomma una sorta di Medicina specialistica.
Ippocrate e Galeno, medici e filosofi, vengono considerati i due padri della medicina moderna e rappresenteranno un riferimento per molti secoli fino al rinascimento.
   Nel medioevo le concezioni mediche ereditate da Ippocrate e Galeno si intrecciano con le concezioni filosofico-teologiche di un contesto più complesso.
Per i greci e i romani pre-cristiani il corpo sano è espressione della virtù umana, invece, per la dottrina Cristiana, la salute fisica è considerata un bene, ma non un bene assoluto come la salute spirituale. Nel periodo medievale la salute corrisponde alla salvezza dell’anima senza la quale la salute del corpo non ha un particolare valore. Il corpo per la chiesa non è la prima scelta, tuttavia, il piacere e la cura fisica sono un bene, ma di un corpo profano che deve essere controllato dalla mente per non deviare le virtù dell’anima.
Anche l’idea che l’avvento del cristianesimo abbia prodotto soltanto una concezione spiritualista della salute e delle malattie non trova un pieno riscontro nella realtà, infatti, il medioevo è un periodo lungo e controverso caratterizzato da elementi regressivi ma anche da progressi. 
Convivono, in realtà, due concetti di malattia con differenti strategie di cura: un concetto "medico/naturale" in cui la malattia è intesa come un fenomeno naturale (teoria umorale) da combattere soprattutto con salassi, purghe, diete, farmaci e interventi chirurgici e, un concetto "spirituale/miracolistico" molto diffuso, che vede la malattia come volere di dio, quindi, dio strumento di una cura suscettibile alla preghiera e a ritorni inevitabili di pratiche magiche (superstizioni, esorcismi).
Nel contempo troviamo però:

  •  attenzione per la prevenzione attraverso regolamenti igienici e sanitari per vivere a lungo e in salute;
  • pubblicazioni di manuali contenenti suggerimenti in merito al regime alimentare corretto, all’igiene personale e alla pulizia domestica;
  • l'assistenza ai malati viene considerata come un vero atto di carità cristiana;
  • la diffusione del concetto di carità e la conseguente nascita degli ospedali;
  • Il diffondersi delle prime università di medicina.

   L’influenza di Galeno si fa ancora più forte tra il XV e il XVI secolo.
Se durante il periodo medievale il misticismo dominante, aveva comunque posto in ombra l’aspetto empirico e razionale dell’arte medica, nel rinascimento si assiste al ritorno allo studio dei classici e del pensiero ellenico e ad un graduale abbandono dell'osservanza dei dogmi cristiani a favore di una metodologia ispirata sempre più alle nuove acquisizioni scientifiche.
La riscoperta di Galeno (le cui concezioni e descrizioni anatomiche vengono riscritte secondo le nuove conquiste), il notevole progresso delle discipline anatomiche e l’influenza del movimento umanistico determinano un maggior interesse di medici e filosofi verso la salute e verso i nuovi modi per conservarla e migliorarla; quindi come in altri campi, si ha una rinascita della medicina caratterizzata da un rapporto più stretto con le scienze naturali.
La dinamica di equilibrio o disequilibrio degli umori non può spiegare la varietà delle malattie, che invece vanno riconosciute come differenziate (visione galenica) e a cui occorre contrapporsi sostenendo un principio dinamico del corpo in grado di contrastarle (visione naturalista ippocratica).
La diffusione, inoltre, di grandi epidemie spinge ad un atteggiamento più interventista, cosicché la salute smette di essere un fatto esclusivamente privato, per diventare un fenomeno pubblico con l’avvento delle prime politiche sanitarie.
Nei successivi secoli, con i progressi della medicina legati alle conquiste scientifiche, si assiste a una emancipazione progressiva sia dalla visione magico-religiosa della malattia sia dalle concezioni naturalistico-funzionali di Ippocrate e Galeno.
Oggi per salute si intende il conseguimento della migliore qualità e durata della vita attraverso il mantenimento e il ripristino di uno stato di benessere fisico e spirituale (OMS).

 

salvin Vibo Valentia - info@edusportvv.it


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