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Le regole possono essere giuste o sbagliate

“Ragazzi, voi pensate a giocare che alle regole, giuste o sbagliate che siano, ci penso io”.arbitro
Mi sforzo di interpretare il significato di questa frase, ma ahimè non ci riesco: forse mi sfugge qualcosa.
Tanto per sgombrare il campo da equivoci, non è un motto olimpico né tantomeno uno spot di qualche fantomatico ministero dello sport e della gioventù, sono semplicemente le parole pronunciate da un arbitro di calcio di una partita del settore giovanile calabro.

Il contesto è la partita giocata al campo sportivo di Vibo Marina, tra gli allievi regionali del Porto Santa Venere e gli ospiti pari categoria della Promosport di Lamezia Terme: l’arbitro designato, appartenente alla sezione di Vibo Valentia, finito il riconoscimento prepartita nello spogliatoio della squadra di casa, anziché augurare ai ragazzi buon divertimento e il classico  “vinca il migliore”, si produce in questo inconsueto sfoggio di autorità. Le premesse non lasciano presagire nulla di buono e, infatti, in campo è un susseguirsi di interruzioni di gioco per falli spesso inesistenti, di ammonizioni ed espulsioni che scontentano entrambe le società e che macchiano in modo inequivocabile una partita tecnicamente valida e giocata con grande sportività da tutti i 22 protagonisti in campo. Le regole non sono “giuste o sbagliate”, le regole sono regole nello sport come nella vita e quando sono infrante devono produrre delle sanzioni: questo è uno dei principi che danno allo sport quel valore formativo da tutti riconosciuto, ma chi è deputato a farle rispettare non può comportarsi in modo dispotico e assolutistico, “è cosi e basta”. L’arbitro è una figura che deve trasmettere fiducia, lealtà, imparzialità, equilibrio e quindi sicurezza attraverso l’autorevolezza, non può comportarsi come un manganellatore, tanto più che non ha davanti un’orda di black block invasati. Nello specifico, si trova al cospetto di ragazzi tra i 14 e 16 anni che, sottraendo tempo allo studio, si allenano con sacrificio con ogni tipo di condizioni atmosferiche; ragazzi che hanno riposto nel calcio aspettative e sogni e soprattutto conducono uno stile di vita salutare e lontano dalle devianze giovanili da cui la società oggi è afflitta. Non siamo fra quelli che aspettano l’errore dell’arbitro per giustificare i propri limiti tecnico-didattici, anzi, proprio perché abbiamo la capacità di mettere in discussione le nostre poche certezze e la nostra mai sufficiente preparazione, vorremmo che anche gli altri dimostrassero quel minimo di umiltà che non toglierebbe nulla alla loro autorevolezza. Vorremmo assistere più spesso a scene in cui i ragazzi, a conferma di un sano agonismo, durante le fasi della partita e alla fine dell’incontro dimostrassero fair play nei confronti degli avversari e dell’arbitro a prescindere dal risultato. Difficilmente vedremo un atleta e tanto meno un ragazzo stringere la mano ad un arbitro ottusamente autoritario. Gli errori dell’arbitro si possono e si devono tollerare, fanno parte del gioco e vanno accettati anche quando sono determinanti per il risultato, proprio come si accetta un rigore calciato male. Chi scrive ha sempre educato i ragazzi al concetto che una partita è più facile giocarla che arbitrarla. Se però, gli errori si sommano ad un atteggiamento dispotico, arrogante e spocchioso,  il tutto diventa intollerabile. Può un arbitro interrompere continuamente il gioco ignorando che il calcio è uno sport di contatto? Possiamo mai tollerare che nel bel mezzo del campionato arrivi un arbitro (l’unico) che fa ripetere in modo sconsiderato la rimessa laterale disorientando i ragazzi, senza farci venire il dubbio che non conosce la biomeccanica del gesto tecnico e pertanto non riesce ad apprezzarne la corretta esecuzione? La cortese richiesta di una maggiore attenzione da parte dell’allenatore può essere considerata un’ ingerenza tale da giustificare l’allontanamento dalla panchina con conseguente consistente squalifica? Senza alcun dubbio, l’arbitro deve essere in grado di percepire la tensione in campo ed intervenire con decisione e in modo opportuno quando si rilevano atteggiamenti sopra le righe da parte dei giocatori o da parte dei dirigenti, ma non può essere lui stesso la scintilla che accende gli animi e i corpi già pervasi di abbondanti spruzzi di adrenalina. Non si può tollerare che un arbitro si rivolga al capitano che protesta apostrofandolo con un aggettivo inappropriato e promettendogli calci nel sedere (episodio gravissimo successo in una precedente partita con un altro attore protagonista), o tollerare che l’arbitro sottolinei il proprio cognome insinuando qualche dubbia parentela per intimorire un ragazzo; se anche avesse commesso una grave infrazione di gioco o si fosse rivolto in modo irriguardoso nei suoi confronti, non sarebbe certo l’atteggiamento migliore da assumere da parte di chi dovrebbe dare l’esempio. Non si può tollerare che un arbitro esprima senza alcuna sensibilità giudizi negativi sugli aspetti tecnici nei confronti di una squadra o nei confronti di un ragazzo, anche se protesta perché ritiene ingiusta una decisione. Anche le partite del settore giovanile devono essere affrontate con serietà e impegno adeguato, l’aver arbitrato una o più partite di categoria superiore non da nessun diritto a disdicevoli licenze comportamentali in campo.  Vorremmo proprio sapere come nella partita valevole per i play out del 9 maggio 2010, l'arbitro ha motivato nel referto le 2 ammonizioni che hanno determinato l’espulsione di un ragazzo, reo di essersi alzato il pantaloncino all’inguine destro forse per vezzo o semplicemente perché troppo stretto. Tralasciamo tanti altri episodi non meno gravi. Per non lasciare spazio a fraintendimenti, diciamo che tutti vorremmo un calcio più sano sia in campo che sugli spalti e tutti dovremmo adoperarci affinché questo si realizzi. Siamo convinti che gli arbitri debbano essere tutelati con tutti i mezzi da quelle aggressioni verbali e fisiche ingiustificabili che oggi subiscono nei campi soprattutto di periferia, ma siamo anche convinti che l’attenuazione del fenomeno passa attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e la crescita culturale di tutti, arbitri compresi. Tutela significa anche adeguata e continua formazione: non solo lezioni tecniche ma anche lezioni di psicologia e di tecnica comunicativa. Sono già previste nel piano di formazione degli aspiranti arbitri? Evidentemente per alcuni, per fortuna pochi, non sono sufficienti. Gli arbitri devono essere seguiti, guidati e soprattutto corretti quando si registrano degli eccessi, anche con sanzioni, proprio come avviene per i giocatori e per le società. Infine, si consiglia vivamente la pratica del feedback, che non dovrebbe essere un esrcizio dificile per chi non ha la presunzione dell'infallibilità: serve per migliorare.
“ragazzi, voi pensate a giocare e a rispettare le regole, così per me sarà più facile sbagliare meno”.

 Evviva!!!    Anche le parole hanno un valore.

salvin Vibo Valentia - info@edusportvv.it


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